Pace-Maker

scritto da Diodata
Scritto 4 mesi fa • Pubblicato 4 mesi fa • Revisionato 4 mesi fa
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Testo: Pace-Maker
di Diodata

PACE-MAKER

Il reparto era un seminterrato illuminato notte giorno da luci artificiali.
L’infermiera servizievole non aveva ancora rifatto il letto e lo mandò in sala d’attesa col suo sacco blu.
Per fortuna non sentiva l’odore di disinfettante, tipico degli ospedali: soltanto un leggero tollerabile sentore di materiali sintetici con cui erano stati realizzati gli armadietti, le sedie e le suppellettili varie, nuove fiammanti. O forse le sue narici avevano perso sensibilità.
“Fra un attimo saremo pronti, Guido”.
Gli piaceva che lo chiamassero per nome, gli piaceva quella familiarità subitanea anche se era prassi ospedaliera.
“Venga, signor Guido, qui può sistemare le sue cose”.
Quando si fu coricato, sperò di piombare nel sonno, ma lo vollero subito nella sala a fine corridoio per l’elettrocardiogramma.
Ventose fredde sul torace e pazienza di Giobbe.
“Come va questo cuore? Se non cammina, lo faremo camminare noi”.
Il chirurgo, che si preparava a mettere le mani sul bisturi, offriva battute consuete.
“Ti inseriamo uno scatolino sottopelle che segnerà il passo. È un intervento banale, zione”.
Il nipote voleva essere rassicurante.

Durante la notte si svegliò di soprassalto, nonostante i sedativi.
Il cuore pulsava come a sedici anni, quando dalla cantina sentiva il fischio delle granate e i colpi di mitraglia.
Grappoli di crateri avevano segnato i muri della casa: una residenza padronale con pareti spesse, stanze ampie e persiane aperte sullo slargo dei campi.
I militari tedeschi ne avevano fatto la sede del Comando, anche per la posizione strategica lungo un’arteria di collegamento tra due centri importanti.
“Wer bist du?, Wohin gehst du?”
Non era stato difficile imparare alcune frasi per la conversazione con un caporale espansivo e condividere krapfen e strudel in certe serate di sirene silenti.
Più difficile fu tornare alla normalità col mondo che cambiava frenetico fuori e dentro.
Il cuore di suo padre aveva ceduto e il fratello, vittima del gioco d’azzardo, fuggiva ai creditori.
Penuria di mezzi e aspirazioni dimezzate.

Il vicino russava. Dalla finestrella radente il soffitto irradiava la luce rossastra dei lampioni esterni.
Pensò a un bosco in fiamme visto una sera che andava a Dubrovnik, dopo aver lasciato le Bocche del Cattaro.Il fuoco era liquido come un fiume e divorava la costa.
Il cuore allora batteva veloce.
Una notte d’agosto l’avevano svegliato all’improvviso. Fuori dalla tuga, raffiche di vento e di pioggia picchiavano sodo, come sparate da uno schioppo. Nel cielo viola, lampi e tuoni uno dietro l’altro. I fari erano scomparsi, l’acqua del mare fumante si confondeva con quella del cielo. Aveva avuto paura di cadere dentro, di mettere un piede in fallo.
Il cuore in gola e nelle tempie faceva il rumore di un martello nelle mani di un fabbro.

Mancavano due ore all’alba. Sperò di prendere sonno per non sentirsi esangue in sala operatoria. Ma le lenzuola erano roventi e nel cervello si agitava un insopprimibile bisogno di pace. La sola pace che desiderava assaporare era quella provata sul biroccio accanto al padre o nelle risaie a guardare le folaghe e i germani.
Il padre gli aveva detto che chi abita in campagna e possiede un po’ di terra è padrone del mondo.
Ma la campagna la mettevano in museo.
Città, macchine e cooperative. I cibi perdevano sapore come i paesaggi.
Aveva cercato evasione.
Dai campi di erba medica e di trifoglio, inseguendo il capitano Mac Whir, aveva imparato a tenere il timone quando la barca si ingavonava e a reggere la bonaccia.
Con “La Scappatella” e tre amici partiva da Rimini per Punte Bianche.
La notte, quando era di turno, guardava le costellazioni. Una stella tra le sartie e l’albero, una stella ai piedi dell’albero.
Sentiva solo le caviglie della ruota toccargli le mani mentre governava al buio.
In coperta non c’era nessuno. Era solo col mare e col cielo.
Avrebbe sostenuto per ore la noia del boma che strambava, lontano da ciminiere di fabbriche, da chiglie di cemento, da lunghi nastri d’asfalto.

Lo svegliarono le donne delle pulizie e il rumore delle serrande.
Si era già immaginato sotto le lampade accecanti nell’asettica sala.
Frusto rituale a cui sottoporsi: teli verdi sul corpo e schermo antipanico.
Rassicurante anestesia locale.
Quando toccarono il muscolo cardiaco, digrignò i denti e lo assalì la visione del corpo senza vita di suo padre.
Nel tornare in camera si sentì risollevato: istinto di conservazione del vecchio lupo di mare.
Il decorso post-operatorio fu accompagnato da alcune dosi di antidolorifici. Sufficienti perché gli balzassero davanti agli occhi i colori accesi dei campi in primavera e l’azzurra immensità del mare scrutato da Capo Grillo. Sentiva l’odore degli eucalipti in quel lembo di terra acquistato per poche migliaia di lire molti anni prima.
Non aveva trovato il tesoro del vecchio Flint a Vulcano, ma vicini rapaci che sconfinavano impuniti e un ginepraio insopportabile di leggi 
“Che te ne fai? Vendi e restaura la casa!” in famiglia si rivoltavano.
Pugnalato al cuore, non voleva rinunciare ai fanghi per i reumatismi.
Isola di sabbie nere e calde. Bagno di luce, condensato di emozioni.

Improbabile compensazione per una piccola bara bianca.
Il figlio era un bambino così bello che sembrava irreale.
Quando gli dissero che i lividi dipendevano dalla leucemia, il cuore gli si era stretto nel petto. Non lo aveva sentito battere, ma comprimersi in una fitta lancinante.

“Hai visto, zione? È andato tutto bene!” il nipote venne a salutarlo.
“Ho la pelle dura” rispose con voce grossa e rauca.
“Va alle Eolie anche quest’anno?” gli chiese il chirurgo prima del congedo.
“Mah, non so, se i lavori della campagna lo permettono. E poi… con il cuore malandato…”
“Non lo dica. Lei adesso ha un cuore nuovo. Stia ai controlli e poi faccia quello che vuole. Con moderazione naturalmente! E arrivederci”.
“Arrivederci!”.
Guido mise a tracolla il sacco blu da marinaio, salutò le infermiere intente a rifare i letti e si avviò lungo il corridoio per uscire dal seminterrato.
Fuori, il sole era più chiaro e la sua pelle respirò libera la leggera brezza estiva.





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